GENESI

In principio era il nulla, il caos, niente esisteva, nè la vita, nè la morte. Poi una scintilla si accese e l'universo nacque dalla più grande esplosione che sarebbe mai avvenuta da lì a migliaia e migliaia di anni. Le stelle si accesero e con esse anche la prima forma di volontà. Un nucleo di energia senza forma nè contorni. Dal punto in cui il tutto era venuto alla luce, si era esteso come una rete vastissima, pulsante. Avrebbero chiamato questa volontà con un'infinità di nomi, tanti quanto furono i mondi creati dal desiderio di veder la materia prendere colori e consistenze. Sulla Terra, piccolo mondo del Sistema Solare, inserita nella Via Lattea, lo chiamarono Dio. Signore. Creatore. Gli Angeli furono i primi figli che conobbero la consapevolezza, i primi a divenire reali, composti dell'energia divina del Signore, perfetti in ogni loro forma. Il primo tra gli Angeli fu Lucifero, il più splendente ed il più bello di tutti. Il Paradiso, la dimensione dal quale Dio operava il miracolo della creazione divenne la casa degli Angeli che, osservando il Padre plasmare il cosmo vollero poter cantare della sua magnificenza. I cori angelici divennero la voce del Paradiso, ed essi capirono cosa fosse l'amore ed amarono Dio nella più pura delle maniere, senza chiedere nulla in cambio, lo amarono perchè infinitamente grande e portatore di vita. Il Creatore plasmò con il fuoco la Terra, diede sostanza alla sua atmosfera, la coprì d'acqua e dalle acque sollevò le verdi terre. Pianeta azzurro, sul quale scintille di vita caddero, scintille che con il passare del tempo avrebbero un giorno riempito di creature viventi il pianeta neonato. Lucifero e il fratello minore Michele, insieme a tutti gli Angeli si innamorarono profondamente della Terra, poiché ella era bella, profumata, perfetta. La gioia del popolo immortale era destinata a prolungarsi lungo l'eternità. La vegetazione crebbe ed insieme ad essa le prime cellule si aggregarono, formando organismi sempre più complessi. Dio, dopo l'immane fatica, si prese il tempo di osservare la sua creatura compiere un passo alla volta verso l'evoluzione. Quando la prima creaturina mise le zampe fuori dall'acqua il Paradiso esultò, un giubileo di orgoglio e fierezza giunsero al Signore ma Egli si rese conto che sulla Terra mancava qualcosa. Le bestie che la calcavano erano dominate unicamente dall'istinto, la loro esistenza non li avrebbe portati molto lontano, tanto forti i possenti dinosauri quanto privi della capacità di andare oltre la natura a loro propria. Ci volle così poco perchè si estinguessero. Dio ne fu estremamente ferito. L'impegno che aveva messo per dare un'occasione a quelle possenti bestie era stato spazzato via da un semplice meteorite infuocato. Non rimanevano che delle piccole bestiole coperte di pelliccia, dei fragili animali terrorizzati e continuamente in lotta per la sopravvivenza e la difesa della prole. I mammiferi erano molto più simili all'ideale di vita che il Creatore aveva sperato per la Terra.

IL FUMO E L'ARGILLA

Il Signore decise che non avrebbe lasciato al caso la prossima forma di vita che avrebbe risieduto sulla Terra. Plasmò attraverso la materia primordiale e le energie divine una creatura perfetta, in essa il maschile ed il femminile risiedevano equilibrati, i colori sfavillanti dei fiori coloravano la pelle e i suoi occhi. Fatto in parte di materia, in parte di fumo, il neonato non aveva mani per forgiare la storia ma in esso era stato infuso il desiderio nella sua più alta forma. Crescere, mangiare, bere e riprodursi non sarebbe stato abbastanza. Iblis, il più moderno dei suoi nomi, avrebbe aspirato ad avere per sé una innumerevole quantità di cose, di sentimenti, di sogni. Avrebbe migliorato se stesso per poter esistere con più consapevolezza e saggezza. La Terra, la realtà sarebbero stati plasmati dalla sua immane voglia di rinnovo e scoperta. Iblis era splendido, gli Angeli cantavano già della sua magnificenza, persino Lucifero non poteva far altro che denotare quanto il secondogenito del Signore fosse perfetto e Dio fu d'accordo e concesse a Iblis qualcuno con cui condividere la Terra che avrebbe ereditato. Venne plasmato Zobah dagli occhi vispi e la risata celestiale. I Djinnii vennero accolti sul pianeta e lì poterono mettere alla prova i doni che gli erano stati fatti: il desiderio di Iblis non conosceva confini, la sua ingordigia lo aveva portato a scontrarsi con gli animali in evoluzione per il solo gusto di strappar loro il dominio dei branchi e delle prede e Zobah fu al suo fianco, innocente come un fanciullo e slegato da ogni senso di giustizia. I corpi solo in parte materiali, in un mondo fatto di confini e forme unito al potere dei miracoli aveva reso i due gemelli invincibili. Niente poteva contrastarli e ben presto la Terra, tanto giovane ed indifesa rischiava di venir rovinata dalla ferocia dei due fratelli e dal loro creare mostri d'ogni forma, solo per il gusto di vederli devastare tutto ciò che incontravano.

Il Signore fu invaso da una terribile amarezza, Iblis e Zobah si erano macchiati di peccati e crudeltà e tutto il Paradiso guardò loro con severità e risentimento. Michele, più di chiunque altro invocò il Padre così che gli permettesse di levare la sua lancia contro quei due ingrati ed indegni mostriciattoli. Ma Dio, nonostante tutto, amava i Djinnii e Lucifero tributò al Creatore una canzone lunga un intero anno poiché la sua grandezza risplendeva nella purezza dei suoi sentimenti e della sua misericordia. Ciò che la Stella del Mattino non poteva sapere era che il Signore aveva già capito dove aveva sbagliato con Iblis e Zobah. Dio mise nuovamente mano alla materia primordiale e alle energie divine e sotto gli occhi degli Angeli creò due forme: una aveva un ampio torace e braccia forti, l'altra fianchi rotondi e un viso gentile. Adamo, uomo contenitore della scintilla di vita ed Eva, donna capace di far crescere la scintilla nel proprio ventre. Entrambi avevano una forma completamente fisica e delineata a differenza di Angeli e Djinnii, che perplessi osservarono le due creature, immobili ed inerti. Ancor più simili agli abitanti del Paradiso degli stessi Djinnii. Creò nel punto di congiunzione tra Paradiso e Purgatorio un luogo protetto dagli Angeli stessi e qui posò i due corpi nei quali Dio soffiò la vita e il libero arbitrio. Iblis e Zobah, esclusi dal Giardino in cui gli esseri umani era stati insidiati, fissarono da lontano quegli strani cugini e sospettarono che presto qualcosa di odioso sarebbe accaduto. Adamo ed Eva erano limitati. Ciò che a Iblis e ad Zobah mancava. Il Signore mise a disposizione dell'uomo e della donna l'intelletto e la curiosità, la libertà di desiderare ogni cosa all'interno dell'Eden fatta eccezione per i frutti del Melo. La Proibizione era il paletto, il confine che il Signore non aveva dato ai Djinnii e la motivazione del loro agire in modi tanto sconsiderati e irrispettosi. Adamo aprì gli occhi, accolto dal paradiso terreno messo a sua disposizione dal Creatore, quell'unica regola stampata a fuoco nella mente. Eva aprì gli occhi chiedendosi come mai di quell'unico divieto. Le bestie del Giardino non avrebbero fatto del male nè all'uomo nè alla donna, gli alberi avrebbero fornito il sostentamento necessario, il freddo eccessivo ed il caldo soffocante non li avrebbe disturbati. Adamo ed Eva erano tutto quello che il Signore aveva desiderato fin dall'inizio. La forma di vita ultima, perfetta. Immortale e bellissima. Amateli, disse il Creatore, inginocchiatevi davanti alle più mirabili delle mie creazioni. Inginocchiatevi poiché loro erediterannno la Terra e la Mia volontà. Interdetto Lucifero osservò Michele e gran parte del Paradiso obbedire al comando del Padre, alle sue spalle, la risata di Iblis e Zobah si face fragorosa.

LA RIBELLIONE
Prima Parte: Lucifero e la Caduta

Inchinatevi vi dico, poiché gli esseri umani sono e saranno i miei Eredi. Lucifero sentì la rabbia bruciare più intensamente del fuoco che lo avvolgeva, sbatté le ali di luce e volò direttamente davanti al nucleo del Signore gridando a pieni polmoni il suo sdegno. Come poteva chiedere a lui, il Primo dei suoi figli, di prostrarsi davanti a due simili bestioline prive di potere e consapevolezza? Come poteva domandare proprio a lui, che con tanta passione ed amore aveva tessuto per Lui, Padre adorato, canzoni che parlassero della sua grandezza. Non riusciva a vedere il Dio suo Creatore che gli esseri umani altro non erano che creature prive di meriti? Coccolati e viziati nell'Eden non facevano altro che crogiolarsi nella fortuna d'essere venuti al mondo in corpi di carne ed ossa e al tempo stesso, a differenza di animali e piante, di godere dell'immortalità di coloro che come Angeli e Djinnii possedevano nature immateriali. Guarda l'uomo! Guarda la sua immobilità! Adamo affondato completamente nella pace e in quella che pareva fede, esisteva senza desiderare nè scegliere nulla. Sprofondato nell'atrofia del cuore e nel ristagno della mente. Guarda la donna! Guarda la sua sfacciataggine! Eva con il passare del tempo aveva lasciato correre il desiderio di conoscenza fino a spingersi ai margini del Giardino. L'insoddisfazione cresceva dentro di lei come un germoglio fa quando la pioggia cade su di lui. Gli esseri umani non erano degni di veder il Paradiso ai loro piedi, il comando imposto non era giusto e a poco servì l'accorrere di Michele, il suo pregare disperato. Lucifero era accecato dall'umiliazione e la rabbia nei confronti del Padre. Il Signore si adirò, impose il silenzio al primogenito, egli era cieco ed arrogante, la sua boria insozzava la sua luce e le sue parole lo ricoprivano di vergogna. Lucifero si ritirò, gonfio di un risentimento velenoso che lo fece piangere ed urlare. Le braccia di coloro che erano d'accordo con la sua disapprovazione lo accolsero: Asmodeus attizzò la rabbia di Lucifero, sottolineando l'affronto che il divino fratello aveva ricevuto, guardò con sdegno Eva ed Adamo e li indicò come macchie infamanti per il Paradiso e tutti loro. Queste creaturine meritavano di provare sulla loro pelle ciò che per millenni le bestie avevano provato pur di continuare a sopravvivere. Moloch posò saldo la mano sulla spalla di Lucifero, lo rassicurò, la sua non era rivolta ma ragionevolezza, verità che il Signore avrebbe dovuto ascoltare e riconoscere prima o poi. Samael fiero giurò a Lucifero che quando fosse tornato innanzi al Padre lo avrebbe seguito, sarebbe stato al suo fianco poiché anche lui aveva veduto nella stirpe terrena il grottesco e la devianza. Portando avanti insieme le loro accuse avrebbero di sicuro trionfato e Lucifero fu grato a Samael tanto quanto lo fu a Lilith piena di grazie per aver asciugato con il suo tocco di seta le sue lacrime. Azazel si avvicinò e decise che una simile ingiustizia non sarebbe passata silenziata sotto i suoi occhi, avrebbe sostenuto Lucifero a qualsiasi costo, non sarebbe rimasto indietro, non avrebbe più permesso che venisse scacciato e costretto alle lacrime. Infine apparve al cospetto della Stella del Mattino Belial, virtuoso tra gli Angeli ed ammirato nei Cieli. Lucifero lo accolse come la prova che gli serviva: andiamo fratello, poiché Adamo ed Eva non saranno nostri pari nè giungeranno qui. Andiamo, l'amore per il Signore vale più di qualsiasi altra cosa. Parlò Belial, la voce di riugiada e strinse le mani di Lucifero e Lucifero si rialzò.

Per la seconda volta Michele si frappose tra l'adorato fratello e i suoi seguaci, con accorato ardore si appellò a tutto l'amore che Lucifero aveva per il Paradiso e il Dio loro Padre ma quello che trovò nel più bello fu la calma e la consapevolezza. La rabbia di quell'unico, tremendo momento aveva lasciato spazio a qualcosa di molto peggiore. Discostati mio dolce Michele, non sarà la tua lancia a fermarmi, non c'è mai riuscita, non ci riuscirà mai. Per la seconda volta Lucifero fronteggiò il Creatore, per la seconda volta lo accusò di star pretendendo l'impossibile. Inginocchiarsi agli esseri umani era empio e la loro empietà avrebbe finito con il contaminare persino Lui, unico essere veramente perfetto. Risveglia il senno Padre, prima che sia troppo tardi, correggi l'errore come hai corretto Iblis e Zobah. Il Signore accusò Lucifero e i suoi di superbia, il suo tuonare scosse i Cieli e Michele, distante, seppe che qualcosa di tremendo stava per accadere. Ferma la tua follia Lucifero, fermala prima che questa ti rovini per sempre. Una preghiera che giunse alle orecchie della Stella ma che non la fermò, non indietreggiò ma anzi, compì un passo in avanti e come mai prima di allora fu vicino a Dio. Io ti amo, ti amerò per tutta la durata dell'eternità, non posso fare altro che questo. Perciò ti proteggerò, dai loro peccati, dai loro difetti. Farò sì che la loro bruttura non ti contamini mai. Li punirò, li perseguiterò e solo coloro che saranno davvero degni potranno raggiungerti. Sei troppo generoso Padre, lo sei sempre stato, il tuo amore è troppo vasto perchè Tu possa prendere in considerazione di infliggere loro la sofferenza. Dunque che sia mio questo peso. Lo accetto, come ho accettato la gioia che mi hai dato, come accetto ora la tua rabbia. Prendo su di me, a costo della Grazia, a costo delle mie ali, a costo persino del tuo imperituro odio, il peso di strappar fuori dal cuore degli esseri umani tutto il male che contengono. Io cado, Padre, perchè ti amo.

Il Paradiso assistette alla caduta di Lucifero e dei suoi sette compagni, le loro ali bruciarono, il fuoco sacro lasciò scie luminose per tutti i Cieli e l'ombroso Purgatorio senza forma, finchè una nuova dimensione si creò all'Interno di quella spirituale: l'Inferno. Fatto di terra sterile ed aria bruciata, di polvere volteggiante e oscurità eterna. Lucifero provò il più grande dolore e il mortale rammarico che uccise la sua speranza. Sul fondo dell'Inferno si rialzò, ferito, la pelle candida insozzata dalla cenere e dalla polvere. I suoi fratelli e sua sorella lo aiutarono a sedersi sul trono andato formandosi nell'impatto. Il Paradiso era perduto, l'amore del Creatore anche. Non rimaneva che la spiacevole missione. Non restava da far altro che dare forma alla scuola severa. Siamo con te, Tetro Sovrano e lo saremo fin tanto che le bestioline di Dio non saranno completamente libere dall'imperfezione. Sarete con me in eterno dunque. In eterno sia. La Corte Infernale si formò, sette i suoi pilastri fondatori. In seguito alla Caduta di Lucifero furono altri gli Angeli che si unirono alla causa infernale e a poco a poco, la scuola severa ebbe una vera e propria schiera alle sue spalle.

Seconda Parte: La Punizione di Iblis e Zobah

Dio ordinò che Angeli e Djinnii si inchinassero davanti alla più alta delle sue Creazioni. Lucifero, ardente di passione si inalberò, tanto da affrontare faccia a faccia il Creatore ma Iblis e Zobah non poterono far altro che liberare le più fragorose risate. Avrebbero dovuto inchinarsi davanti a chi? Al lento e sonnolento Adamo? Davanti alla capricciosa ed ingorda Eva? O magari la riverenza era dovuta perchè i due esseri umani erano le scimmiette ammaestrate del Signore, così rinchiuse nel loro parco celeste dove il leone era micio inoffensivo e il coccodrillo lucertola senza denti. Iblis e Zobah mutarono in due scimmie dal pelo scuro ed arruffato, eccoci eccoci, siamo il prode Adamo e la sensuale Eva! Guardateci mentre accovacciati evaquiamo le nostre scorie dopo un lauto pasto così difficile da ottenere! Venite a godervi lo spettacolo, ci accoppiamo sotto gli alberi come le bestie selvatiche ma siamo grandi, perciò inchinatevi a noi! Inchinatevi voi, con i poteri cosmici e invincibili! La commedia attirò i sorrisi di coloro che sarebbero state colonne per l'Inferno e lo sdegno del resto del Paradiso. Michele furioso sollevò la lancia ma per l'ennesima volta gli fu impedito di punire i due Djinnii. Il Creatore aveva appena avuto un'ottima idea su come mettere in riga quei secondogeniti sciagurati: li costrinse nelle satiriche forme scimmiesche con le quali avevano osato prendersi gioco degli esseri umani e li esiliò completamente nel mondo terreno, lì, avrebbero vissuto in mezzo alle altre scimmie, inconsapevoli di loro stessi e incapaci di morire. Privati dei loro poteri e della loro individualità, Iblis e Zobah erano stati confinati in corpi ancor più limitati di quelli di Adamo ed Eva, le menti regresse fino a quegli istinti usati come arma di scherno come unici a farli muovere. Ma il destino o forse Dio stesso, questo è un mistero che nessuno poté mai risolvere, nei due Djinnii non venne meno la stilla di desiderio e volontà che li avevano resi in grado di compiere ogni cosa avessero voluto. Ci vollero decenni, secoli perchè l'ambizione di Iblis e Zobah che solo potevano ambire al cibo, all'acqua e alla sicurezza degli alberi, si ridestasse nelle menti primitive. Il primo traguardo che si diedero fu quello di rimettersi in piedi, di smettere di camminare utilizzando le quattro zampe e senza nessun aiuto divino i fratelli si issarono sulle gambe. Le ossa si rimodellarono, i muscoli si predisposero per la nuova posizione. Realizzare la prima ambizione li rese di nuovo consapevoli di essere capaci di pensare razionalmente e così agli istinti bestiali si unì anche il primo abbozzo di pensiero razionale. Da quel punto in poi, per Iblis e Zobah iniziò una più rapida risalita: i predatori feroci facevano indubbiamente paura ma se avessero avuto qualcosa che li aiutasse a contrastarli? Un ramo affilato magari. Un ramo con legata sulla punta una pietra appuntita. Le mani, che in principio non possedevano erano in grado di esaudire i loro desideri seppur con fatica. Nel corso del tempo, tanto Iblis quanto Zobah si erano accoppiati ripetutamente con i primati ma nessuno di quei cuccioli pareva essere destinato a vivere quanto loro, soltanto quelli che venivano alla luce dalla loro unione perduravano negli anni. Quando Iblis affrontò munito di lancia il primo mammuth lo fece con al suo fianco i suoi figli. Quando Zobah si accorse che piantando un seme ne nasceva poi una pianta e da questa frutti commestibili, lo fece con le sue figlie alle sue spalle. Ironia delle ironie, gli studiosi dell'evoluzione avevano davvero creduto che le scimmie fossero i loro antenati, sbeffeggiati dai colleghi per una simile folle teoria. Presi in giro a ben ragione, poiché furono gli scheletri dei Djinni in ripresa quelli ritrovati e non quelli degli esseri umani tanto amati da Dio. La stirpe diletta e i Djinni si incontrarono dopo secoli e quello fu il momento per la stirpe dei miracoli di dividersi: Iblis, primo dei Djinni e ricolmo d'ira nei confronti dell'umanità li odiò profondamente e di loro non volle saper nulla se non disgrazie e tragedie. Shayatin li avrebbero chiamati, spiriti crudeli e dediti alla sofferenza dell'uomo. Zobah li additò come indegni dei loro doni, indegni di tutte le fortune a loro riservate, furono i Ghilan, i misteriosi e implacabili predoni dei deserti. Alcuni dei figli dei due fratelli, però, decisero che infondo questi esseri umani erano interessanti, molto più di quanto la narrazione dei loro primordiali genitori diceva. Adamo ed Eva non sembravano affatto due nullità ma piuttosto dei veri e propri ribelli, macchiati dal Peccato Originale, compiuto prima di loro dalla Stella del Mattino. Gli Afarit, formati dai primi figli di Iblis e Zobah restarono insieme dunque ai mortali, aiutandoli e mischiandosi con essi, abbandonando completamente i volti scimmieschi e indossando maschere che potessero farli meglio accettare. Ci vollero molti anni perchè le forme reali potessero essere riacquistate, molte cose andarono perdute, molte vennero ottenute durante l'attesa, verità terribili acquisite. La più pesante fu quella di scoprire che più i Djinni si univano agli umani, più i poteri in loro possesso diminuivano, proprio come avvenne per Iblis e Zobah nel momento della Punizione. Per alcuni fu semplicemente inaccettabile, per altri terrificante e per altri ancora fu cosa spiacevole ma non poi così importante, ma fu cosa comunemente accettata che grazie ai miracoli dei Djinnii la stirpe umana, un tempo denigrata si erse magnifica e sovrana sulla Terra. Il tempo e l'umanizzazione dei Djinni rimasti insieme agli uomini fecero sì che i più ingordi di questi cercassero i membri ancora dotati di doni al di fuori delle prime città, per assoggettarli alla propria volontà e costringerli a ripetere le meraviglie di un tempo. Sono molte le civiltà e i grandi re e regine ascesi alla storia grazie ai legami crudeli e tirannici stretti con i Djinni. Un affronto mai dimenticato, mai del tutto perdonato. Non solo prediletti quando erano nelle grazie del Cielo ma persino tanto sfacciati da imporre schiavismo e catene a chi si era preso gioco di loro migliaia di anni prima. Libri e libri furono riempiti in onore della secondogenita stirpe di Dio, libri che anche ancora oggi, nel mondo moderno, incantano ed incuriosiscono chi ha più fantasia di altri, chi cova dentro di sé il desiderio del nuovo e della sorpresa.

I SOGNI DEGLI ANGELI

La Caduta di Lucifero e la perdita di molti fratelli straziarono i cuori di coloro che rimasero fedeli al Paradiso ed al Signore. Michele, diviso tra la frustrazione di non aver potuto fermare il fratello adorato e l'indignazione per le sue sconsiderate azioni, al suo fianco Uriel la cui spada fremeva d'ira rovente per il tradimento di colui che più di tutti aveva ammirato, Camael scalpitante, dammi l'ordine Michele splendente, un solo ordine e porterò la punizione del Cielo sui traditori e gli spergiuri caduti! Ferito Camael, il cui purissimo amore per Samael era stato rigettato ed infangato. Mandaci al loro inseguimento, porteremo giustizia, per il Signore nostro Dio e per il tuo spirito afflitto, io Jeudiel, giuro di non fallire sotto il tuo comando Michele del fuoco. Dolore e disgrazia si abbatteranno d'ora in poi sul creato. Le malinconiche parole di Raffaele, il capo chino e gli occhi inondati di tristezza, simili a quelli di Barachiel, l'umanità sotto le tentazioni della Stella del Mattino avrebbe finito per perdere ogni singolo dono fatto dal Signore suo Padre ed il pensiero addolorò il cuore di Barachiel. Zadkiel e Zachariel, dispensatori di grazie raggiunsero Barachiel e il resto degli angeli, le voci potenti, non disperate fratelli. Non permettete che la caduta tocchi la vostra determinazione e la vostra fede! Credete, nell'uomo e nella donna, credete nelle creature davanti alle quali ci siamo inchinati. Alle loro spalle, solenne persino nella sofferenza avanzò Sealtiel, colui che ad Adamo e ad Eva aveva portato in sogno la Proibizione, le parole di Dio. Accompagnato da Cassiel del silenzio e Jophiel della bellezza parlò rivolgendosi a Michele Arcangelo. Riposa, Lancia del Padre. Riposate valorosi guerrieri, poiché il sole sorgerà sulla Terra e in quel momento sarà infinita la guerra che dovremo combattere. Lasciate che il Paradiso canti per voi, oggi colpiti dalla separazione. Sognate la pace e la grazia di Dio, noi veglieremo sul vostro sonno. La quiete emessa dalla presenza di Sealtiel si espanse su tutti i presenti, i Guerrieri abbassarono le armi, i Guaritori discostarono le nubi grigie dell'amarezza ed i Custodi calmarono l'inquietudine agitata delle menti. Il Paradiso vide gran parte dei suoi Angeli addormentarsi. Soltanto uno, di coloro che avevano assistito alla tragedia rimase sveglio: Gabriele, innamorato dei due esseri umani non poteva che temere per loro e per la sorte che gli sarebbe toccata ora che Lucifero si era messo in testa di tormentarli.

I sogni degli Angeli sono differenti da quelli mortali, in essi non ci sono tracce di desideri inespressi e paure ancestrali, nelle menti degli abitanti dei Cieli c'è sempre e solo il regno del Signore ed il suo amore. La pace e la gloria del Paradiso, la grazia che la condizione divina porta a coloro che esistono nella casa dell'eterno riposo. Nulla avrebbe cancellato la ferita inflitta dal tradimento della Stella del Mattino ma l'addormentarsi degli esausti Angeli creò un miracolo completamente slegato dal Signore: i sogni degli abitanti dei cieli, ridestatisi precipitarono come goccie di pioggia sulla Terra. Volteggiarono nell'atmosfera, luminosi e leggiadri ed incontrarono così le creature volanti, fatte di piume ed ossa cave. L'energia dei sogni degli angeli si fuse con gli uccelli della Terra che, esattamente come era toccato ai Djinni, secondogenita stirpe, presero ad evolversi. Un processo che cominciò proprio con una visione durante il riposo dai lunghi voli. Chiarore luminoso, melodie divine, al sorgere del sole, allo schiarirsi del cielo gli uccelli cantarono e lo fecero non per istinto ma per salutare la venuta dell'aurora. Cantarono senza saperlo della grandezza di Dio e di tutte le cose da Lui create. Sognarono di Adamo ed Eva, della forma che il Creatore aveva voluto donare loro e la desiderarono per loro. Lentamente i corpi si ingrandirono, mantenendo la grazia, ottennero gambe e braccia decorate di piume, poiché sognarono anche degli Angeli stessi, meravigliose e perfette emanazioni di Dio. La forma umana si mischiò con quella della prima stirpe e non esistette mai niente di più pregevole, composte e composti della materia dei sogni le Sirene e i Siren trovarono posto sulla Terra, così come avevano fatto i secondogeniti. Dapprima schivi, insicuri su come avvicinarsi all'umanità, dubbiosi su come approcciarsi ma bastò che un solo occhio umano si possasse sulla flessuosa figura di una Sirena, le gambe lunghe, il collo sottile ed il piumaggio di neve perchè ne rimasse stregato. Ed ella cantò ed il suo canto era quello del Paradiso. La venerazione suscitata dalla quarta stirpe era simile a quella che gli Angeli tributavano al Signore, sognando un aspetto meno differente da quello degli esseri umani si mischiarono a loro e vennero chiamate dee e dei, il cui fascino non poteva che essere impresso nella pietra e sulle tele. L'arte, la voglia creativa di dare forma fisica alla bellezza fu il dono che il popolo delle Sirene portò sulla Terra, direttamente dai Cieli.

IL DISEGNO DI LUCIFERO

Lucifero e la sua corte non si fecero attendere molto, non languirono nelle profondità dell'Inferno, inattivi. Il piano redatto dai sette caduti venne presto approntato. L'umanità avrebbe sofferto, sarebbe stata messa alla prova così che la purezza del suo cuore venisse comprovata ma una simile missione non poteva essere sostenuta sotto l'assedio delle schiere celesti. Si vedeva necessario rifornire velocemente di potere l'Inferno, dar ad esso un'armata degna di questo nome. Il Tetro Sovrano guardò Adamo languire nell'immobilità e lo trovò indegno delle sue attenzioni, lo sguardo si volse dunque ad Eva, bellissima Eva dal ventre toccato dal miracolo, la fissò con la sua insaziabile curiosità, sfacciata e graziosa bambina che della gloria di Dio non si accontentava. Andò da lei in sogno, dapprima apparendo solo come un'ombra silente e con l'avvicendarsi delle notti, sempre più chiaro, definito, il cuore di lei travolto dal mistero ed incalzato dal desiderio di scoprire chi mai fosse quella figura enigmatica che puntualmente si presentava durante il riposo. Lo spirito fremette davanti al viso rivelato della Stella del Mattino, poiché gli occhi della prima donna non avevano mai veduto niente di più perfetto ed allo stesso tempo rovinato. Fulgida Eva, dimmi, questo Giardino è troppo stretto per te? Parlò l'Angelo caduto, il sorriso sulle labbra sottili e gli occhi di fiamma. So che c'è molto di più al di fuori dei suoi confini, vorrei sapere cosa. Innocente nell'ingordigia sfacciata. Offesa senza la reale volontà d'offendere, ingenua fanciulla così semplice da indirizzare. La tua mente è affamata di risposte, so che c'è una domanda che ti tormenta da quando hai aperto gli occhi. I grandi occhi di Eva non riuscivano, anzi non volevano, discostarsi dalla figura sporca di cenere e polvere di Lucifero né le sue orecchie parevano intenzionate a rifuggire la sua voce. Perché non posso mangiare quella mela? Il sogno svanì com'era venuto ed il sorriso affilato di Lucifero tormentò Eva per tutto il giorno seguente. Perchè il Melo era l'unico albero dal quale non si potevano cogliere i frutti? Perchè lei ed Adamo erano stati rinchiusi nell'Eden? Cos'è che davvero desiderava il suo cuore perennemente insoddisfatto. Adamo asciugò le sue lacrime, la confortò e le disse, come sempre, che tutto sarebbe andato come si supponeva andasse. Non doveva preoccuparsi di nulla, che sorridesse per lui, sì, non voleva altro che vederla felice. Lucifero tornò da Eva in sogno, assopitasi tra le braccia di Adamo. Dice di amarti, mia dolce Eva ma infondo, che cosa mai ha compiuto per dimostrarti questa grande verità? Eva osservò dubbiosa il viso sereno dell'uomo, la sua metà, il suo amore. Vuole che tu sia felice, bambina mia ma non fa nulla perchè questo avvenga. Non sarebbe doveroso che ti concedesse almeno un desiderio? Incantata, si lasciò andare alle lusinghe della voce divina di Lucifero. Sì. Sì, esprimerò un desiderio ed Adamo lo realizzerà per me, ne sono certa. Non mi negherebbe nulla. Quanta fragilità in questi supposti figli perfetti, quanta meschinità nei loro cuori. Il Tetro Sovrano non aveva dovuto far altro che sospingere gentilmente la voracità di Eva fuori dall'ombra, fuori dai suoi sogni. Quando la donna si svegliò, con il petto caldo e i fianchi morbidi destò Adamo, lo stordì con la sua voce di velluto e mentre lui la stringeva emozionato Eva sussurrò nelle sue orecchie una richiesta. Cogli la mela per me, se mi ami davvero, se è sincero il desiderio ch'io sia felice. Il primo uomo fu esitante, per un solo istante, avrebbe chiesto scusa al Signore, infondo si trattava solo di una piccola mela. Avrebbe chiesto scusa e tutto sarebbe andato bene. Adamo colse la mela, la divise con Eva e lei fu così graziosa, lo ringraziò e lo baciò sulla bocca. Il cielo si fece nero sull'Eden, la rabbia di Dio, la sua delusione per i due esseri umani immensa. Jeudiel e Camael discesero e con loro portarono la punizione divina: mai più all'uomo e alla donna sarebbe stata concessa la grazia d'una vita immortale e pacifica. Mai più sarebbero stati esenti dalla malattia e dal dolore. La prima vittoria della guerra andava dunque a Lucifero che soddisfatto guardò ai due empi peccatori dall'Inferno e si compiaque della disperazione di Adamo, incapace di fare alcunché e il rimorso di Eva. Il piano era partito nel migliore dei modi, ora doveva solo capire come ottenere una chiave per il Purgatorio.

Le anime degli esseri umani erano prive di particolari poteri ma altre, quelle dei Djinni che in qualche modo erano riusciti a liberarsi della maledizione divina e quella delle incarnazioni dei sogni degli Angeli del Paradiso... quelle erano davvero potenti. Ottimo materiale per l'armata con la quale respingere le schiere angeliche. Il problema è che tutti questi Grandi Spiriti, proprio a causa di tanta grandezza non potevano essere giudicati nell'arco di una sola vita e venivano dunque spediti nel regno che divideva i Cieli e l'Inferno. Il Purgatorio, un luogo di passaggio, dove coloro che non erano degni del Paradiso né meritevoli di risiedere nella scuola crudele risiedevano in attesa di un qualche giudizio. Ma il Purgatorio, così come le altre dimensioni spirituali poteva essere abitato solo da coloro che vi erano destinati, un Diavolo o un Angelo non avrebbero mai potuto in nessun modo accedervi per più di un giorno solo. Come fare dunque? L'idea venne a Lilith che con la voce di miele velenoso mormorò nelle orecchie del Tetro Sovrano: bastava creare qualcosa abbastanza vicino alla loro condizione diabolica ma non del tutto empio agli occhi del Cielo. Non servirono altre parole, la prossima mossa era chiara. Lucifero si impossessò di Adamo una notte mentre questi stava per giacere con la sua sposa. Lasciò nel ventre di Eva una traccia del suo potere che, dopo nove mesi, tra urla e sangue venne alla luce con l'aspetto d'un bimbetto gridante. Caino era nato, primo della sua stirpe, Infero figlio della Stella del Mattino. Un atto tanto abominevole che gli Angeli discostarono gli occhi, soltanto Michele e Gabriele si costrinsero a guardare e per quanto tentarono di comprendere i motivi del Diavolo, non arrivarono a coglierli. Qualsiasi cosa stesse macchinando si sarebbe tradotta nell'ennesima sfida contro il Signore. Mandami da loro. Implorò Gabriele. Lo so, hanno sbagliato ma non è forse la misericordia quella a cui siamo votati? Michele, fratello mio, mandami a vegliare su Adamo ed Eva, ti prego. Michele rifletté sulla richiesta ma non vi diede risposta, soltanto lui avrebbe potuto tener testa a Lucifero, doveva contrattaccare. Non appena tornerò, Gabriele, potrai discendere nel mondo insieme ai tuoi angeli e vegliare sulle creature del Padre.

CAINO ED ABELE

Perdona Padre poiché sto per peccare. Consapevolmente agisco e, appellandomi alla tua grandezza, ti imploro di scusare questo Tuo figlio. Sono l'unico che può affrontare Lucifero, sono l'unico che possa tenergli testa. A causa del mio amore per lui non gli ho impedito di ferirti così crudelmente. Devo fare ammenda con ogni mezzo a mia disposizione, perciò perdonami Padre. La preghiera di Michele Arcangelo fu formulata dalla bocca di Adamo, il cui corpo era momentaneo contenitore di carne e sangue per la Lancia del Paradiso. Quella notte fu con estrema dolcezza che il primo uomo giacé con la sua sposa, ella quasi si sentì venerata dalle mani del marito. Dentro il ventre di Eva, al sorgere del sole, stava la scintilla divina del comandante di tutte le schiere angeliche dei Cieli. La risata di Lucifero scosse l'intero Inferno. Decadi così in basso pur di cercare di fermarmi, fratellino? Rischierai di farti odiare dal Padre! Smise di ridere quando si accorse che Caino, nove mesi dopo sorrideva ad un fagottino delicato ed adorabile. Abele portava con sè la grazia del Paradiso e la vitale fiamma di Michele. Il Diavolo dubitava che il fratello minore avesse capito che cosa intendeva fare ma questa creaturina innocente, questo Immacolato, poteva per caso rovinare il suo disegno? L'unico modo per accertarsene era di attendere ed osservare. Caino ed Abele andavano d'accordo, fratelli amati dai due genitori, similmente a Lucifero e Michele crebbero circondati dall'affetto familiare e il reciproco amore. Pensarli nemici o anche solo contrapposti pareva agli spettatori di quelle due sole, singole vite, impossibile. Caino divenne un agricoltore, si preoccupò dei semi e dei germogli, con attenzione ed impegno aiutò una pianta dopo l'altra a crescere. Colse i frutti maturi solo nel momento giusto, sostenne il peso del sole cocente sulla schiena durante le ore più calde pur di innaffiare le radici e non far patire loro il clima impietoso. Abele divenne un allevatore. Dedito al suo gregge di pecore, si preoccupava di tenerle unite ed al sicuro, le guidava ogni giorno con il bastone. Una ad una diede un nome alle sue creature e come fossero figli suoi se ne prese cura, aiutando gli agnelli a nascere e ad avanzare verso i pascoli le pecore più vecchie. I giorni per la coppia rinnegata e i loro figli avevano trovato stabilità e serenità. I piani dei Divini Fratelli parevano essere andati completamente in fumo.

Apparenza che ben presto decadde. Lucifero non avrebbe permesso che il suo disegno andasse si riducesse ad un nulla di fatto, la sua missione era di vitale importanza. Dunque sussurrò nelle orecchie di Eva, le disse che sul monte vicino alla loro umile capanna il Signore avrebbe ascoltato le loro voci, sarebbe bastato portare in dono un omaggio così da blandire l'ira del Padre. Al mattino Eva, che della voce ammaliante del Diavolo non si fidava più, non riuscì a trattenersi dal raccontare alla propria famiglia quanto udito durante la notte. Caino ed Abele, consapevoli della tragedia occorsa ai loro genitori decisero di comune accordo d'andar sulla montagna per cercar d'intercedere per Eva ed Adamo. Caino raccolse gli ortaggi più belli e i frutti più colorati del suo orto. Abele, seppur a malincuore uccise i due agnelli più giovani nati proprio in quel mese. Quando intonarono la preghiera, presentando i doni, il Creatore prestò attenzione ai due fratelli. Respinse il dono di Caino, poiché in esso non v'era reale sacrificio e preferì dunque l'abnegazione di Abele, il suo spirito di sacrificio. Caino, affranto ed amareggiato accusò Dio d'essere ingiusto e crudele, rifiutando i frutti che con devozione aveva cresciuto e preferendo il sangue di due povere bestie. Preferiva il fratellino che aveva sgozzato due essere viventi a lui, che in quanto agricoltore non aveva fatto del male a nessuno portando sul monte quell'offerta. Il Signore chiamò sciocco ed ingenuo Caino che, livido di rabbia se la prese con Abele. Lo accusò, lo insultò ed infine, spinto da una furia che pareva essere stata vomitata dall'Inferno stesso, trapassò il petto dell'angelico Abele con una lama. Per un istante, Caino fu accecato completamente, l'istinto e la ragioni inghiottiti in un vortice di ferocia bestiale. Un istante dal quale dovette risvegliarsi, il sangue di Abele sulle mani e i suoi occhi colmi di orrore puntati sul viso. Il suo dolcissimo fratello giaceva al suolo, privato della sua vita. Caino, orripilato dal suo gesto corse giù dal monte, a perdifiato con gli occhi bagnati di lacrime. Cercò di impiccare se stesso ad un albero ma il Signore non gli concesse la morte: sul petto Caino aveva un marchio di fuoco, una P di peccatore. Non gli sarebbe stato concesso di morire, non gli sarebbe stato concesso un luogo da chiamare casa, gli esseri viventi lo avrebbero cacciato e perseguitato fino alla fine della sua punizione. Lucifero non poté fare nulla per spezzare la maledizione del Signore. Michele, dal canto suo, versò lacrime straziate per suo figlio, primo essere umano ad essere stato assassinato. Ucciso dal figlio di suo fratello maggiore. Con il cuore gonfio di rammarico, invisibile agli occhi umani, si avvicinò ad Eva, disperata sul corpo del figlioletto morto, Adamo intento a stringere le spalle della sposa e piangere silente la perdita non solo del giovane Abele ma anche quella di Caino, scomparso e macchiato da un così orrendo peccato. Come aveva predetto Raffaele, sciagure e grande tragedie si stavano abbattendo sulla stirpe terrena del Padre. Lo spirito di Abele, afflitto dal tradimento subito e dal dolore dei genitori incontrò così Michele Arcangelo, fu sfiorato dal calore del suo sacro fuoco ed abbagliato dalle sue ali di fiamma. Quasi non ci fu bisogno di parole. Le verità dispensate dalla Lancia del Paradiso, i segreti sulla sua nascita e quella di Caino non furono accolte con sospetto, ma come semplici dati di fatto. Amavo Caino, in cuor mio so che nonostante tutto lo amerò per sempre, proprio come tu, Michele di fuoco, ami Lucifero. Ma non posso perdonare. Non voglio farlo. La purezza negli occhi di Abele era abbagliante esattamente come la figura di Michele. Non ti incolperò di non esserti mai rivelato, di non averci messo a conoscenza dei piani che ci hanno portati a nascere per quello che siamo. Quanto è accaduto è responsabilità di Caino. Quanto accadrà in futuro, mia. Abele, coraggioso e dignitoso non poteva essere condotto in Paradiso, poiché solo una metà della sua anima apparteneva alle schiere celesti. Le sue parole e la fermezza delle sue frasi quietarono il cuore di Michele che lo accompagnò nel Purgatorio e qui, una rivelazione colse padre e figlio: nel regno inconsistente del Purgatorio, popolato dagli spiriti degli animali, risiedevano anche Anime Grandi e luminose. Tra queste Michele riconebbe i Djinni, stirpe discendente di Iblis e Zobah, riconobbe la grazia fattasi anima dei sogni degli Angeli. Lucifero non aveva voluto possedere il ventre di Eva per sbeffeggiare il Creatore. Lucifero non voleva il male di Dio. Ma sapeva che avrebbe dovuto lottare con l'armada da lui comandata. Spiriti potenti mai giudicati, in attesa di trovar un posto, nel Paradiso o nell'Inferno. Figlio adorato, io debbo chiederti di prendere sulle tue spalle un grande peso. Nella mano destra di Michele si materializzò la Lancia Sacra. Troverai salde le mie spalle, padre, chiedi ed io compirò.

GEHENNA, SPECCHIO DELLA REALTA'

Quando la punta della Lancia fu infusa di tutto il potere divino di Michele Arcangelo, da essa si dipanò il miracolo che aveva visto la Terra nascere per quello che è: gli alberi presero forma, le bestie ritrovarono i loro colori e su una collina andò formandosi quella che a tutti gli effetti era una rudimentale città di pietra chiara. Case si sollevarono, strutture, mura andarono a circondarla completamente così da evitare alle creature della Selva Oscura di invaderla. Abele e le Grandi Anime lì presenti furono testimoni della creazione di Gehenna. Qui, la vita del mondo terreno darà a te e a questi spiriti scintillanti un'occasione per essere giudicati con giustizia e correttezza. Parlò serio Michele, il viso affaticato da quel singolo e strabiliante miracolo. Sii saggio figlio mio, guida queste anime verso la pace eterna del Paradiso che hai potuto avvertire tu stesso. Non permettere a Lucifero di trascinare nessuno nella sua personale crociata contro Dio. Gli occhi di Abele, primo Immacolato, si posò sulla neonata Gehenna e sugli spiriti stupefatti di un simile accadimento. Mio fratello verrà. So che lo farà, verrà qui ed allora dovrò ricominciare a lottare con lui. Nessuna domanda sulle labbra di Abele, solo consapevolezza mentre varcava le soglie della capitale del Purgatorio. Non temere padre mio, non deluderò il tuo cuore, perciò se puoi, se c'è qualcuno in Paradiso disposto a farlo, vegliate sui miei genitori. Fu commosso, il grande guerriero dei Cieli dalla nobiltà di spirito del giovane costretto ad un simile destino a causa dei futili capricci di Lucifero. Fu commosso dalla dignità che mantenne quando parlò agli abitanti di Gehenna, come affrontò a testa alta le accuse di quelli che additavano l'umanità come crudele ed indegna della grazia, esattamente come diceva il Diavolo. Fratelli che si massacrano? Ci voleva davvero una punizione esemplare. Gli occhi saldi davanti a coloro che si dissero completamente disinteressanti agli intrighi del Cielo e dell'Inferno rispetto all'occasione di una seconda vita degna di questo nome. Abele non cedette, nonostante furono ben pochi coloro che non lo derisero. Un pugno di spiriti puri, ignari delle grandi verità del Cosmo e della nascita della Terra. Quei pochi furono le fondamenta dell'Empireo del Purgatorio, le radici a cui Michele diede riconoscimento diretto: coloro che avrebbero giurato di fare tutto il possibile per condurre i Grandi Spiriti fino ai cancelli del Paradiso avrebbero avuto tra le mani i poteri divini degli Angeli, i loro nomi avrebbero scintillato in eterno nelle menti delle schiere celesti. La gratitudine imperitura per il sacrificio e le difficoltà affrontate in nome di Dio. L'Empireo fu la prima fazione che nacque in Gehenna e la sua luce inondò tutto il Purgatorio, fino ad issarsi nei Cieli, fino a sfiorare persino l'Inferno. Lucifero ruggì la sua ira: Michele aveva scoperto tutto e, giocando d'anticipo aveva guadagnato un vantaggio. Caino avrebbe dovuto passare molti anni a scappare dai suoi perseguitatori e lui, il Nero Sovrano, avrebbe dovuto aspettare, costretto dal potere di Dio. Frustrato, il Diavolo guardò la sorte del figlio e di contro inviò ogni angelo caduto a sussurrare empietà nelle orecchie degli esseri viventi: se il Signore sperava di fermarlo, sbagliava di grosso. I giovani popoli della Terra conobbero la lussuria, la tirannide, la violenza. Sacrifici umani si alternarono a violenze sulle donne. Gli esseri umani si massacrarono per rubarsi vicendevolmente le terre, si schiavizzarono l'un l'altro. Inventarono religioni crudeli e fecero della vita un possedimento senza valore, da poter bistrattare e distruggere come e quando più gli aggradava. L'antica storia degli uomini fu macchiata delle più nere atrocità. Lucifero aveva approfittato della morale e dell'etica appena nate e, sporcandole dal principio, aveva tirato fuori dai cuori e dalle menti delle antiche civiltà tutto il peggio possibile. Non ci fu nulla che le schiere angeliche poterono fare, il Libero Arbitrio donava agli esseri umani la libertà di scegliere tra luce e tenebre e fu tanto più semplice schiacciare i deboli che tender loro una mano. Dio fu profondamente addolorato per l'ennesima volta dalla stoltezza recidiva dei suoi figli diletti. Prima della venuta di Gesù Cristo furono tantissime le anime mortali che vennero condannate alle fiamme dell'Inferno e alla severa scuola di Lucifero. Giunse alla fine, dopo trecento anni, il momento per Caino di smettere di fuggire. Vecchio e lacero, il figlio del Diavolo si accasciò al suolo, percosso da bastoni e calci, ricoperto di sangue rancido esalò il suo ultimo respiro. Aveva passato una vita intera a fuggire ai suoi inseguitori, aveva veduto i suoi genitori morire, da lontano, aveva saputo di altri fratelli e sorelle venuti al mondo e morti a loro volta, dei suoi nipoti grandi e bisnipoti che del suo nome non avevano la più vaga conoscenza. Una vita di tormento a causa di quel Dio crudele che aveva preferito suo fratello a lui. L'Inferno sarebbe stato un luogo persino migliore dove risiedere. Il viso coperto di rughe, insozzato di fango e sangue, quasi dubito che tu sia mio figlio. La voce leziosa si Lucifero giunse a sfiorare lo spirito del primo omicida, intento a fissare il suo cadavere. Sul volto segnato di Caino si accese la meraviglia: nonostante la cenere ricopriva il chiarore della pelle della Stella del Mattino, al di là delle ali marciscenti, il Tetro Sovrano continuava ad essere bello come nessun'altra creatura mai concepita. Fu con l'innocenza d'un fanciullo che Caino cadde sulle ginocchia e formulò il complimento. Scevro da secondi intenti, non era che un tributo e quanto fu grande la sorpresa, non tanto dell'apprendere il mistero dietro la sua nascita e quella di Abele ma tanto di scoprir che davanti a lui stava la figura che incarnava ogni male. Come puoi essere tu il portatore di incubi ed orrori, tu che sei così abbagliante persino sotto la polvere? Come può Dio averti permesso di allontanarti da Lui? Schiacciato da una così estenuante condanna, Caino baciò in lacrime la lunga veste del Diavolo e come fu accorato il suo dire. Sono empio, distorto e corrotto padre, amavo Abele ma non riuscivo a non invidiare la sua grazia. Tutt'ora non riesco a smettere di sentire rabbia nei suoi confronti, se solo non fosse mai nato il mio destino non sarebbe stato tanto tragico. La preferenza è alla base dell'ineguaglianza, dell'ingiustizia. Il Signore non ti ha ascoltato, non ti ha voluto credere ma io ho visto, ho patito sulla mia carne la bestialità dell'essere umano. Non meritano i Cieli, non meritano trattamenti di favore. Lucifero fece alzare il figlio, cancellò le cicatrici, lo abbigliò come un sovrano, il volto curato, la barba e i capelli ordinati. Un anziano ed immortale dio disceso nel Purgatorio. Non si sarebbe occupato di punire l'umanità no, avrebbe condotto all'Inferno anime ben più interessanti. Sarebbe stato il Principe secondo unicamente a Lucifero e avrebbe trascinato i Grandi Spiriti del Purgatorio negli Inferi così da formare la più grande e spietata armata contro le schiere angeliche. Gli uomini patiranno, Caino, direttamente sotto la mia mano, porterò giustizia a coloro che ti hanno torturato, a coloro che della tortura del prossimo fanno la loro arte. Sulle soglie di Gehenna, Caino trovò Abele come il Diavolo aveva predetto. I due si guardarono per un lungo istante, un momento infinito ed eterno: l'Immacolato giovane e dignitoso, l'Infero vecchio e superbo. Benritrovato fratello mio. Quanta sicurezza nella voce dell'angelico Abele. Vieni, entra in Gehenna, il campo di battaglia dove continueremo la disputa dei nostri padri. Immutato nell'aspetto ma così cresciuto in tempra e fermezza. Perfetto, ancora perfetto. L'irritazione mortale artigliò Caino. Ti pentirai, fratellino di questa sicurezza, tutti coloro che ti stanno alle spalle si pentiranno di aver scelto di combattere una guerra che non potrete vincere. La natura degli esseri viventi, gretta, meschina, gravida di cupidigia. Verità che furono accolte da chi, in principio, era rimasto disgustato dalla narrazione di Abele e, in seguito, da quanto accaduto a Caino. La Giudecca del Purgatorio si erse, potente del fuoco maledetto dell'Inferno e dei venti siderali, respiro di Lucifero in persona. La seconda fazione era giunta e con essa la tentazione e l'occasione di rendere Gehenna un Inferno simile a quello originale.

SECONDA OCCASIONE

A seguito della tragedia di Caino ed Abele, Adamo ed Eva ebbero molti altri figli che a loro volta, unitisi alla stirpe dei Djinni e delle Sirene, ebbero altri figli. La stirpe umana, venuta alla luce per essere la più grande soppresse i geni dei secondogeniti e degli eredi dei sogni degli Angeli, crescendo così rapidamente di numero. Il rammarico di Eva ed Adamo non ebbe mai fine, nemmeno quando ormai vecchi, si spensero. Lucifero in persona volle occuparsi del giudizio di quelle due singole, piccole anime che per secoli aveva maledetto e disprezzato. Costrinse Eva a guardarlo, stringendo le mani attorno all'esile collo. Avevi tutto, l'amore di Dio, la grazia dell'Eden, gli Angeli cantavano in tuo onore. Io, cantavo in tuo onore, ma non era abbastanza. Hai usato il tuo corpo, la tua bellezza per ottenere sempre di più, hai condannato te stessa e lo stolto Adamo pur di sapere che gusto ha la disobbedienza. La tua ingordigia è repellente ed empia ma nonostante questo, ogni peccato che hai commesso non lo hai compiuto con l'intenzione d'offendere. Per questo io ti condanno a passare un intero secolo come la più pura e devota delle creature viventi. Offrirai senza chiedere niente, darai ad altri tutta te stessa per poter permettere alla vita di proseguire, non verrai ringraziata, non verrai amata. Sarai silente ed umile, pura. L'anima di Eva, prima donna, si incarnò in un piccolo seme, la coscienza e i ricordi strappati dalle mani pesanti del Diavolo. Il piccolo seme crebbe, lentamente, ci vollero anni affinché possedesse un solido tronco e rami rivolti verso il cielo. Un frassino giovane, solitario su una collina vicina a quello che sarebbe stato il terreno su cui Tebe, città greca, sarebbe stata fondata. La solitudine di Eva fu terribile, poteva palesarsi come spirito fuori dal tronco, vergognosamente nuda e senza protezione ma incapace di farsi udire. Un fantasma spaventoso per le antiche popolazioni, una ninfa divina per gli abitanti delle prime polis da osservare con riverenza da lontano. Aveva ceduto alle lusinghe di Lucifero e non poteva nemmeno imporre la responsabilità di ciò alla Stella del Mattino: senza rendersene conto la sua curiosità era mutata in avidità e aveva condotto alla rovina tanto l'amato Adamo quanto i suoi figli. I suoi adorati bambini, persi per sempre. Il Diavolo osservò come il tronco del frassino si rigasse puntualmente di manna, bianca sostanza benefica, le lacrime di Eva. Ma non aveva il tempo di contemplare i frutti degli insegnamenti severi, c'era un altro spirito di cui doveva occuparsi. Adamo. Primo uomo, primo essere vivente pigro ed ignavo. Una nullità agli occhi di Lucifero. Hai ingannato tutti, ma non me, pensavano che fossi pervaso di pace e fede, poiché trascorrevi le tue giornate in tranquillità e senza porti domande. Ma io sapevo la verità, sapevo che la tua era atrofia del cuore e della mente. Non ti è mai importato di nulla, ti sei accontentato di esistere. Senza rendere nulla in cambio. Per questo ti condanno alla più alta forma di vita che esiste. Corri in fretta Adamo questa volta o finiremo per rivederci molto presto. Lo spirito di Adamo perse coscienza di sé e crebbe nel ventre d'una giovane pecora d'un gregge all'interno di una fattoria dell'antichissima città di Tebe. Naque piangendo, sapendo di doverlo fare e con il furioso istinto di rimettersi in piedi. Nessun ricordo della sua vita da essere umano. Nessuna conoscenza che andasse oltre quello che l'istinto gli comandava imperioso di fare. Che fosse stanco o affamato, ogni giorno era una lotta continua, per bere dalla madre, gareggiando con i fratelli, di notte per conquistare un posto accanto a lei spintonandosi con le sorelle. Appena il sole sorgeva in cielo il pastore arrivava con il bastone ed il cane, si poteva solo seguire lungo la via verso i pascoli. Mangiare finché si poteva, riposare nelle ore più calde, giocare con i propri simili, fare, fare e fare ancora. Il mondo pieno di cose nuove ad ogni tramontare della luna. Fu al raggiungimento del primo anno di età che Adamo l'agnello si rese conto di quanto la vita fosse meravigliosa. Il primo a scattare in piedi al mattino, il primo a cercare di sfidare il cane brusco, il primo a raggiungere i pascoli ed inseguire gli insetti volanti. Quando mutò in una forma a metà tra l'animale e l'uomo, Adamo aveva gli occhi lucidi: aveva vissuto senza desiderare nulla, non prendendo alcuna decisione, tappandosi le orecchie e gli occhi. Che stupido, che sciocco. Desiderò tornare ad essere il giovane ariete pieno di vita e così fu. Desiderò ardentemente poter godere di quella vita fino all'ultimo secondo, ringraziando in cuor suo Lucifero, senza saperlo, per quella che non era più una punizione ma una seconda occasione. Che fosse nei piani del Diavolo o meno, Adamo ed Eva si reincontrarono, soffrirono della loro condizione, del non potersi riabbracciare ma alla fine, anche quando Adamo morì alla soglia dei vent'anni ed Eva fu costretta a vivere per ancora lunghi anni in solitudine, fu sulle porte di Gehenna che il primo Mannaro e la prima Kodama si riabbracciarono. Avevano sbagliato, avevano offeso il Signore senza rendersene conto eppure, nonostante la lezione fosse stata imparata l'unica cosa che riuscirono a volere era di poter stare insieme. Ancora una volta. Il Paradiso e l'Inferno avevano lasciato pesanti solchi sui loro cuori, che attendessero. Gehenna era la seconda occasione che avevano sperato di poter avere. Gehenna era la città delle opportunità ritrovate, un luogo prezioso, sacro, più sacro di qualsiasi legge divina o piano immortale. Adamo, riunito con la sposa eresse all'interno di Gehenna una Cittadella che un giorno dal mondo umano avrebbe preso il nome di Davide. Cittadella di Davide, un baluardo per tutte quelle Grandi Anime che avessero voluto continuare a vivere in pace nel Purgatorio, al sicuro da scontri e lotte. Per quanto fossero felici di essersi ritrovati con Caino ed Abele, furono tanto sordi nei confronti di uno, tanto dell'altro. Non averebbero permesso a quei due fanciulli, che tali sarebbero rimasti in eterno ai loro occhi, di devastare indiscriminatamente la loro nuova casa. Non in virtù di leggi del Cielo, non per timore di quelle Infernali. Gehenna non aveva bisogno di regolamenti, solo di rispetto per la quiete e i liberi desideri dei suoi cittadini. Un'utopia che venne chiamata Arcadia, terza fazione del Purgatorio.

Ma Gehenna non fu la seconda occasione solo di Adamo ed Eva, anche un'altra Grande Anima sarebbe giunta a loro seguito, molti anni dopo. Il suo nome, una pietra miliare nei libri di storia della Terra. Myrtale il suo vero nome, conosciuta in ogni epoca come Olimpiade di Epiro, madre di Alessandro il Grande. Personalità che in libri e film a loro dedicati vennero descritti come speciali, magici, discendenti di dei e dee. Verità a metà, poiché tanto in Olimpiade tanto in suo figlio la magia c'era davvero: Sirena Samodiva lei, desiderosa di assoggettare al suo culto dionisiaco e alla grandezza del figlio l'interno mondo e lui, Titano Campione, capace di sognare come pochi prima di lui sulla Terra. Uniti, madre e figlio donavano grandezza al regno di Macedonia ma il cuore del Grande Re lo spinse lontano, inseguendo al fianco dei cari amici un desiderio tanto nobile quanto difficile da realizzare. Unificare il mondo e rendere l'umanità un popolo unito dal linguaggio e una legislazione unica che fondata sulla cultura e il rispetto della diversità. Olimpiade cercò di non farsi lasciare indietro ma i suoi intrighi, la sua avidità e il suo risentimento per tutti coloro che l'avevano umiliata e scacciata aveva finito per oltrepassare il velo di bellezza che la sua stirpe le aveva concesso. Alessandro morì ed Olimpiade sua madre si pensò dovesse cadere con lui. Pensieri che vennero pagati a caro prezzo dagli avvoltoi volteggianti sopra il corpo del Grande Re. Olimpiade continuò ad inseguire il potere per anni, ammaliando i parenti, circuendo i Re e immolando alla sua causa centinaia di migliaia di soldati. Si fecero guerre, solo perché la lingua di seta così aveva sussurrato alle orecchie giuste. Ci volle tutto l'odio di uno dei fu fidaci amici di suo figlio per fermarla ma la morte di Olimpiade ancora non aveva davvero segnato la sua fine. Gehenna si offriva al suo sguardo volitivo e famelico. Fu così semplice stregarne gli abitanti vessati e divisi dagli scontri tra Giudecca, Empireo ed Arcadia. Olimpiade portava con sé la smodata libertà senza regole né imposizioni del caos, principio fondamentale a cui era votata la sua divinità. Perchè lasciarsi giudicare da questo Dio silenzioso e questo Diavolo capriccioso? No, Gehenna era il terreno perfetto per erigere il più grande impero votato a Dioniso che si fosse mai visto e tutto quello che i suoi adoratori dovevano fare era sterminare chiunque cercasse di reprimere un simile obbiettivo. Istinti selvaggi, bestiali, rituali aberranti e crudeli, morte di qualsivoglia forma di morale ed etica. Questo portò la Principessa d'Epiro al Purgatorio, fondò una sua fazione personale, la quarta ed ultima e la chiamò Fengari, come il monte più alto dell'isola di Samotracia dove i segreti rituali del suo culto venivano praticati. La furia incontrollata dell'orda assemblata da Olimpiade non pareva essere destinata a fermarsi, si abbatté improvvisa su Psamatik II, Principe della Giudecca e i suoi demoni; su Mosè, Seraphim dell'Empireo e i suoi accoliti ed infine, con furia smodata si recò verso quella che per antonomasia era la sua nemesi naturale. Le mura della Cittadella di Arcadia erano salde e coloro che le difendevano potenti come non mai, l'organizzazione e la tempra dell'ideale riuscirono a sgominare l'orda di Fengari. Quando Talete, Igetis di Arcadia, sollevò la spada per abbatterla contro la delicata figura di Olimpiade, la Regina temette che fosse giunta alla fine, non ci sarebbero state altre occasioni. Un timore che si spezzò quando davanti agli occhi apparve il figlio adorato, Titano dorato e luminoso come il sole. Alessandro era giunto da chissà dove per salvare sua madre e con lui, Efestione d'argento, della medesima pasta dell'amico di sempre. Si temette che il Grande Re volesse unirsi alla madre nel suo portare il disordine e la follia ma anche questa volta, le paure si dissiparono: Fengari era svanita da qualche parte, per il momento sedata e c'era chi mormorava d'aver visto i due Titani abbandonare le mura di Gehenna per spingersi all'interno della Selva Oscura.

NASCITA NELLA MORTE

Heqet, divinità antropomorfa dalla testa di rana dell'antico Egitto, chiamata in età successive anche Heqet la strega capace di accelerare la crescita delle piante e di render fertile la terra d'Egitto. In realtà Heqet non aveva affatto una testa di rana ma un bel viso, pelle mulatta, occhi d'oliva e labbra di braci. La rana che la accompagnava era un frammento della sua anima di Strega, ereditiera dell'energia primordiale con cui il Signore aveva creato la Terra. Un fenomeno antichissimo, prodotto puramente dal caso: Heqet era stata benedetta da una stilla di energia antica quanto il mondo e, più di qualsiasi altro elemento contenuto al suo interno, riusciva a comprendere la terra e i suoi ritmi. Non conosceva altre Streghe o Stregoni, sapeva che esistevano, in terre lontane, glielo mormoravano gli uccelli migratori, lo confidavano le piante nate da semi portati dal vento. Nozioni importanti ma non fondamentali. Heqet esisteva in funzione della natura e del miracolo della rinascita ad ogni primavera. Di villaggio in città dispensava la sua saggezza, donava pozioni lenitive e benediceva gli sfortunati contadini che si erano visti colpiti dalla malasorte con i raccolti. Nessuno sapeva da dove venisse, nessuno sapeva dove abitasse e certamente, nessuno aveva idea di come riuscisse a compiere simili miracoli. Per questo Heqet era divenuta una dea. Non possedeva una casa fatta di pietra né un comodo giaciglio sul quale adagiarsi, ad Heqet bastava il Sicomoro. Un albero grandioso che aveva fatto crescere tanto in fretta da apparire vecchio di secoli, il destino le aveva fatto trovare il piccolo seme sopravvissuto in un frutto ormai marcio. Il destino le aveva fatto avvertire una voce singolare provenire da questo e quando il tronco fu alto e i rami imponenti lui aveva fatto la sua comparsa. Impalpabile come l'aria, bello come una statua di marmo. Enkil. Poco importò ad Heqet che quel nome fosse l'unica cosa che lo spirito conoscesse. Non perse tempo Enkil a chiedersi che cosa fosse, dove si trovasse e perchè sì trovasse lì, tutto quello che desiderava era continuare a contemplare lei, bella come solo la natura selvaggia e vergine può essere. La Strega si innamorò, senza udire parole, senza farsi vezzeggiare da promesse o poesie. Si innamorò dello spirito del Sicomoro ed egli le giurò che per tutta l'eternità sarebbe stato suo. Heqet dormiva tra i rami di Enkil, si riparava dal sole sotto le verdi fronde, preparava le sue pozioni vicino alle radici nodose. Conversavano, ridevano, cantavano l'uno per l'altro senza mai bisogno di emettere un suono. La Strega baciava la corteccia, la carezzava sperando che Enkil potesse avvertire il suo tocco ed Enkil giurava di sì, anche se non era vero. Mentiva, per non doverla vederla affliggersi. A lui bastava essere consapevole del suo corpo sottile al sicuro tra i suoi rami. Gli bastava contemplare i suoi sorrisi e le sue occhiate vitali. La Strega però in cuor suo sapeva che il Sicomoro la proteggeva dalla verità e per questo internamente si struggeva ancor di più. Cercò nei più antichi rotoli, studiò formule arcaiche ma nulla sembrava essere in grado di mutare l'immateriale in materiale. Nei tetri sogni, Heqet invocava l'aiuto di Hathor, dea madre dell'amore, perchè le concedesse di poter operare un singolo miracolo. Avrebbe donato ogni stilla del suo potere per poter stringere a sé Enkil. Fu Lilith e non certo Hathor a percepire la fragilità del cuore di Heqet e, riproducendo le sembianze della falsa divinità invocata disse alla Strega che avrebbe ottenuto quanto chiedeva solo se fosse stata disposta a viaggiare lontano dal suo amore. Avrebbe dovuto spingersi nelle terre dove le foreste sono scure ed il tepore un sogno lontano, lì certamente sarebbe entrata in possesso della formula a lei necessaria per compiere il miracolo. Al mattino, Enkil pregò la Strega di ripensarci, di non intraprendere un simile viaggio, se se ne fosse andata lui non avrebbe più avuto alcuna ragione d'esistere ma Heqet era decisa. Non si sarebbe accontentata e non lo avrebbe permesso nemmeno al Sicomoro. Per lunghi anni vagò, di terra straniera in terra straniera, cercando in lungo e in largo quanto necessario ma fu tutto vano. Aveva incontrato le Streghe di cui gli uccelli parlavano, gli Stregoni solitari dei boschi dell'Europa ma nessuno era stato in grado di aiutarla. Quando alla fine si arrese e si rimise in viaggio verso l'Egitto lo fece con il cuore pesante e gravido di disperazione. Quello che la attendeva però era ben peggiore: come aveva detto, Enkil una volta separato dalla Strega aveva perso completamente la voglia di vivere, ammalatosi, le radici avevano smesso di assorbire l'acqua del terreno e lentamente tutto il Sicomoro era appassito. Il grido di Heqet straziò il deserto e scosse il Nilo, la rana gracidò dolorosamente come fosse stata azzannata da un serpente. Per sette giorni e sette notti Heqet, aggrappata al tronco senza vita di Enkil pianse, incapace di fermarsi, non toccò cibo, non toccò acqua, appassì esattamente come era accaduto al suo amore. Lilith spergiura rise di come fosse stato semplice indurre in tentazione la Strega e non si curò più della sua anima. Una malignità che, come un piccolo seme sarebbe cresciuto e sbocciato in qualcosa di meraviglioso.

Heqet si risvegliò nella Selva Oscura, adagiata tra i rami di un albero e ad aspettarla paziente ai piedi di questo Enkil, abbigliato con una tunica bianca, simile ad un faraone, le sorrise. Non farmi attendere più di così, mia Heqet, non più di così. Come la prima volta, qualsiasi razionale domanda venne spazzata via dal loro amore, ora capace di passare da pelle a pelle. L'energia primordiale della Strega, unita a quella naturale del Kodama generarono quel giorno, nella pericolosa foresta un miracolo senza precedenti. Nel regno degli spiriti, residenza delle anime dei morti, venne concepito un seme, luminoso come un frammento di stella. Un seme che, piantato nel terreno, dopo sette giorni e sette notti, il tempo che era servito ad Heqet per morire di stenti sulla Terra, diede forma ad un corpicino di neonato. Nessuna anima al suo interno, nessun sentimento da chiamare proprio, innocente ed inconsapevole. Dolce, luminoso Horus, sole tornato a splendere sui due amanti. Heqet studiò i comportamenti del suo bambino e capì che poteva assorbire le sue emozioni e quelle di Enkil ma che non ne comprendeva la natura. Venne in mente ad entrambi una parola: Shabti, le bambole che tengono compagnia ai morti nel loro viaggio verso l'aldilà. Horus, primo Shabti venuto alla luce nel Purgatorio. Attentamente istruito da Heqet, pazientemente seguito da Enkil, protetto da una cupola d'affetto che tennero lontano tanto le critiche di Abele, Immacolato al servizio del Dio Creatore, tanto le pericolose lusinghe di Caino, Principe di un qualche posto nella misteriosa Gehenna. Nessuno avrebbe fatto del male nè influenzato Horus. Nessuno. La Strega vagò insieme alla sua famiglia per la foresta, il potere del Kodama tanto grande da proteggerli, raccolse tutte le erbe che credette le sarebbero potute servire per replicare il miracolo e, dopo secoli passati a tentare, alla fine distillò quella che sarebbe stata rinominata come Pozione della Vita. Quello che Heqet non poteva immaginare era che Horus e i suoi simili erano frutti rari e preziosi, generabili unicamente quando l'energia primordiale di Streghe e Stregoni incontrava quella dei Kodama, condannati dall'Inferno. Per una simile scoperta, colei che fu chiamata dea dovette incontrare uno degli esseri umani più grandi mai esistiti. Alessandro Magno e il compagno di vita Efestione. La curiosità dei due Titani e la voglia d'allontanarsi da tutto il caos di Gehenna li aveva portati a scegliere, esattamente come la Strega ed il Kodama una vita nella Selva Oscura a dispetto dei pericoli.

Quando i due amici bevvero la pozione, dal loro profondo affetto e dall'amore che li aveva legati, si creò una sfera di luce. Da questa, una bimba, dopo i canonici sette giorni e sette notti, venne al mondo, diversa da Horus. L'anima fragile, necessitante d'essere rifornita d'energia costantemente. Dhampir, li chiamarono in Gehenna, quando la Pozione della Vita fu donata alla città insieme al primo grimorio, dono di Heqet.